La cucina della nonna

Appena sveglia apro la finestra e sento arrivare, oltre all’aria fresca del mattino, il profumo di qualcosa che è già sul fuoco. È salato, si sente l’aroma del soffritto sfumato con il vino, del pomodoro in salsa e una sottile nota di carne che sta cuocendo.
Mi figuro un tegame dai bordi alti in cui stanno cuocendo le polpette al sugo.
L’immagine è precisa perché so da dove viene questo profumo, dalla cucina di Adele, che sta dall’altra parte del cortile.
Adele ha 68 anni, è in pensione da poco e vive da sola nella casa in cui ha cresciuto tre figli e da cui il marito un giorno se ne andò senza lasciare traccia, ma solo debiti.
“è morto di colpo. Si era alzato, è andato in bagno e lì c’è rimasto. Tutti ci credevano disperati per questo, invece lo eravamo per i debiti. Giocava e beveva. Morendo ci ha liberati. È stato difficile, i ragazzi si sono messi a lavorare e per anni i soldi sono stati l’incubo di ogni giorno. Sono andati alle serali e hanno finito la scuola. Sono bravi sai? E hai visto come sono belli?”
Indica le foto dei tre matrimoni, in cornici d’argento. Eleganti e con spose che per un giorno erano principesse delle fiabe, anche se dagli sguardi si capisce che alle fiabe queste ragazze non hanno mai creduto.
I ragazzi sono tre, i gemelli e il grande, hanno sui quarant’anni, e due figli ciascuno. Per fortuna sono tre maschi e tre femmine, che Adele voleva tanto avere bambina. Fanno lavori onesti e semplici, che si sono conquistati con il diploma alle serali. Un geometra, un ragioniere e un tecnico di laboratorio fotografico.
Sono figli della solidità di Adele, che non pianse al funerale del marito, e alta e dritta, vestita dignitosamente, tenendo per mano i ragazzi apriva il corteo funebre. Tutti dicevano che era perché lei è donna forte, delle montagne bellunesi. Invece era perché lei davanti alla bara si sentiva finalmente liberata da un uomo che l’aveva delusa.
Me lo racconta, con gli occhi ridenti, e la soddisfazione non nascosta di avercela fatta.
“lo sai che io non volevo vestiti e borsette? Io volevo comprare la casa, e l’ho comprata. Volevo sposare i figli, e li ho sposati. Ma lo sai che il calzolaio, quello che era qua sotto, dove adesso c’è il bar strano, quello dei toast e delle spremute, che non fa neanche il caffè, lui, mi ha fatto la corte? Io gli portavo le scarpe rotte e lui me ne regalava di più belle. I ragazzi ci hanno camminato per anni con le scarpe regalate dal calzolaio. Meglio quelle che le rose e i cioccolatini. Gli anelli li avrei presi, che se proprio devi, te li rivendi.”
Adele racconta senza recriminare. Prima faceva le pulizie all’Upim, poi è passata in magazzino e da due anni è in pensione.
Ha preso a girare per Milano, a salutare chi aveva sempre incontrato, senza mai potersi fermare, perché troppo presa.
Così l’ho conosciuta. Mi ha fermato per strada. Poteva essere la solita signora dimessa che ti vende centrini.
Adele non è dimessa. Si sta prendendo quello che per anni ha solo intuito.
Anche se la pigliano per matta lei va in giro, ferma le persone e finalmente saluta chi ha sempre visto. Facce che la incuriosiscono, che chissà che storia hanno dietro il trucco e i vestiti.
“Signora, posso? Mi chiamo Adele, è tanti anni che la vedo, anche dentro l’Upim. Adesso che sono in pensione ho tempo per presentarmi. Spero di non offenderla se le chiedo se vuole prendere un caffè con me. Non al bar, venga, che le faccio vedere casa mia.”
Adele sprizza fierezza e libertà. Impossibile rifiutare l’invito.
“se non vuole i caffè … “
In effetti la faccia mi dice qualcosa, sono stupita, non posso dirle che non bevo caffè, questa si sarebbe una vera offesa, Mi prende sottobraccio, è un po’ più alta di me, ha la presa forte, ma non imperiosa. Pochi metri di marciapiede e nasce l’intesa.
Lei sale le scale davanti a me, di fretta e apre orgogliosa la porta di casa. Entrando, direttamente nella cucina-salotto-tinello, vedo che le finestre si affacciano verso quelle di casa mia. Gliele indico.
“ma allora sei tu che hai il balcone con il timo e la maggiorana. Me ne dai un po’, che io non ho balcone…?”
Solo a quel punto colgo il profumo di quella casa e lo riconosco, perché l’ho sentito tante volte entrare in casa mia.
È il profumo di cose cucinate, un giorno dopo l’altro, messe nelle schiscette, che lei chiama gavette, e portato al lavoro.
“ma lo sai che i miei figli anche adesso che hanno i ticket, mi chiedono le polpette di fagioli per portarsele al lavoro. Le ho insegnate alle nuore, ma è più comodo se gliele faccio io. Hanno i bambini, la casa, il lavoro. Quante polpette abbiamo mangiato per tirare avanti. Io le faccio con tutto, poi le friggo e le metto nel sugo. Quando faccio quelle di pane cotte nel cavolo, ti invito.”
Ci diamo del tu e ci scambiamo i telefoni.
In questi anni non ci siamo mai chiamate. Ci incontriamo per strada e facciamo qualche metro assieme. Adesso che anch’io sono spesso da sola capita che ci invitiamo a pranzo. Le ho fatto scoprire i malfatti e le pesche ripiene.
Quando le ho detto che erano le ricette della mia nonna, è scoppiata a ridere.
“ma adesso sono le tue, che tra poco sarai nonna. Adesso siamo noi le nonne che cucinano.. Le ricette sono nostre. Sai com’è bello quando i nipoti mi chiedono le polpette al sugo? Le faceva mia mamma, adesso le faccio io. Tra un po’ ci sarà qualcun altro che le farà. Ma per adesso le faccio io.”
Quella prima volta non ho bevuto il caffè, solo un bicchiere d’acqua, perché lei aveva capito che il caffè non fa per me, e il thé non fa per lei.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...