Milano-Duhok. Ritorno all’altra casa

Avevo iniziato a scrivere dell’ennesima partenza di Francesco verso il Kurdistan quando è arrivata la notizia del massacro a Charlie Ebdo.
raccontavo di valige, oggetti. e vestiti che si stipano. Qualcosa che lo accompagni verso la sua  vita laggiù. Una vita a cui lentamente mi sto avvicinando. A piccoli passi, ma fermi e decisi.
Poi ieri, 7 gennaio 2015, attorno a mezzogiorno le trasmissioni si interrompono.
Qualcuno ci ha ucciso qualcosa dentro. Di colpo siamo stati costretti a pensare.
Ai nostri gesti, agli oggetti che infilo in valigia. E di colpo, con forza capisco che il nostro percorso non si interrompe e non cambia rotta.

2 gennaio 2015 – Le due grosse valige sono sul letto. Dovranno contenere in tutto 46 chili di vita. Fatta di oggetti, vestiti, cibi e libri.
Per fortuna la nostalgia non la si pesa con la bilancia.
Adesso è tutto sparso per casa. appoggiato ovunque. È il momento in cui bisogna decidere come stipare tutto in 2 parallelepipedi chiamati valige.
Questi sono i momenti in cui voglio avere tutto sott’occhio.
Questa volta la costruzione del bagaglio è diversa dal passato.
Questa volta partono per Duhok cose che serviranno a costruire la casa di Francesco, quella in cui lo raggiungerò, un po’ di messi alla volta, ma lo raggiungerò
Questa volta le valige raccontano di una decisione presa e da cui per un po’ di tempo non si tornerà indietro.
La prima cernita riguarda i vestiti. Pantaloni, giacche, cravatte, cappotto, cappello e anche i guanti belli.
Il lavoro di Francesco, il ruolo che si è conquistato, cominciano a richiedere che vada in giro vestito bene. Anche se non gli piace e sperava che non succedesse più, gli torna l’obbligo della giacca e cravatta. Quanto li detesta. Quanto vorrebbe vestirsi come i kurdi con le large braghe stretta in vita e la morbida giacca infilata dentro ai pantaloni, poi la fascia a cingere i fianchi. Ma non può, sembrerebbe in maschera e non funziona così.
Allora si scava nell’armadio dove ci sono i vestiti da “lavoro” e si inizia a vedere se giacche, pantaloni e completi gli vanno ancora bene.  Si scovano i “capi jolly”, quelli in cui ti infili senza pensarci e sai che comunque non sfiguri.
Francesco li guarda come fossero camice di forza, poi si rassegna e sceglie tra i tanti regali fatti in passato e quelli arrivati per questo Natale.
A fatica si adegua al ruolo che si è riconquistato.
Tre anni fa è partito senza sapere cosa avrebbe affrontato, figurarsi sapere come e se avere delle ambizioni di carriera.
Quel lavoro lontano era l’unica possibilità di sopravvivenza per noi.
Passo dopo passo la situazione è cambiata, maturata e lui è diventato un punto di riferimento per il Progetto a cui lavora e adesso è necessario che se ne renda conto e si vesta di conseguenza.
È diventato l’uomo delle scartoffie, quello che conosce bene i meandri delle regole da rispettare e da capire, quello che sa come muoversi. È lui che legge e rilegge i contratti e i bandi di gara, che scrivere in buon inglese le richieste e i rapporti, che spiega come avere rapporti con i contrattisti.
In altre parole è diventato il padrone di casa. Anche se lo odia, se non ne capisce il senso, deve vestirsi di conseguenza.
Altrimenti non lo prenderanno abbastanza sul serio.
Non è un difetto dei kurdi, o dei burocrati. È un difetto umano, chiunque si sia, ovunque si sia e qualsiasi sia il lavoro.
Così il cappotto bello che gli regalai due anni fa finisce in valigia. E lo stesso succede con il cappello Borsalino e con i guanti di camoscio, le cravatte e i golf.
“ma non è comodo, sto meglio con il giaccone…”
No, è meglio usarli e usarli, questi vestiti un po’ formali, abituarsi ad averli addosso, cominciare a sentirli parte di sé.
Perché Francesco, la vita è fatta anche di queste cose e se sei arrivato fin qui adesso ti devi vestire di conseguenza.
E poi quando ti vesti bene fai proprio bella figura.
Finalmente arriva la parte divertente, quella che fa piacere sapere di avere in valigia e che accompagna il passaggio da qui a là.
Questa è la volta della scorte invernali, dei pacchetti del caffè da regalare,dell’olio da mettere in dispensa, delle acciughe che là non si trovano e il sale grosso, inesistente. Il panettone e la veneziana, il cioccolato buono. L’origano, il timo e i semi per piantare il basilico, il sale al sedano, il merluzzo salato.
Queste scorte sono il preludio all’incontrarsi, al mangiare assieme, tra chi vive all’estero.
3 gennaio 2015 – Il taxi è sotto casa alla 5,30 puntuali. Un bacio fugace e via.
Da adesso in poi sarà sentirsi con Skype e mandarsi mail.
Fino alla prossima volta. a Milano o Duhok.
Vita sospesa.
4 gennaio 2015 – Erbil
5 gennaio 2015 – Duhok. A casa, le valige disfatte. Le cose messe in ordine.
“sai che il golf di cachemire che mi hai regalato è perfetto? Mi sembra che mi abbracci. Per fortuna riesco a scaldare casa, non ci sono troppi black out……”
6, 7, 8 gennaio 2015 – i giorni cominciano a passare e si torna alla vita che potremmo definire normale, consueta.
Francesco mi eleca le date di rientro dei diversi amici, gli impegni di lavoro e mi dice che fuori sta nevicando.
E i profughi nei campi?
“sai che hanno regalato ai profughi quaderni e matite? Sai per le scuole, per scrivere qualcosa, disegnare…..”
No, non lo sapevo, ma oggi mi sembra un regalo perfetto.
Anzi rivoluzionario.

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