31 dicembre 2014

Bilancio di un anno diverso dagli altri.
Nell’altra stanza Francesco, Giuditta e il suo ragazzo stanno montando il nuovo computer.
In questa stanza le due gatte sono sul divano, la televisione fa da sottofondo mentre sto scrivendo.
Niccolò è a casa sua che sta accudendo la sua gattina e si sente fortunato per avere un contratto di lavoro di 3 mesi che forse diventeranno 12.
Tra due giorni Francesco riparte per Duhok  e tutti noi riprenderemo il ritmo consueto.

Siamo alla fine dell’anno, il solito momento in cui si tirano le somme e quando si fa un bilancio si contano perdite e guadagni.
Le perdite si cerca di ripianarle, capirle. I guadagni di goderseli, capitalizzarli, investirli.
Alle volte parlano i numeri. Ed é una fortuna.
Quando parlano i sentimenti i conti cambiano continuamente, a seconda di come ci si sente.
Guardo il frigorifero, che in questi giorni che in casa siamo in tre ed è un continuo arrivo di persone, si riempie e svuota velocemmente e mi chiedo come sarà solo fra poche giorni.
Come ogni giorno, scorro le notizie che arrivano dal Kurdistan. Dove sono e cosa fanno i peshmerga, cosa c’è nei cinema e quali sono le offerte speciali nei mall, dove sono i profughi e quali sono i festeggiamenti autorizzati per questo Capodanno.
Un anno fa eravamo a Erbil e cucinavo per altre persone e in un modo ben diverso. Quest’anno siamo qui, in questa casa da cui sempre più spesso si parte e sempre più spesso si usa come snodo delle nostre vite.
Come ci accade da tre anni, per due settimane abbiamo vissuto nei rumori quotidiani di una casa piena, facendo festa, come vivessimo sempre qui. Invece fra poco, molto poco, torneremo al nostro silenzio e ai ritmi di una quotidianità forse più tranquilla e ordinata, ma meno bella..
Per ora mi godo le ultime ore di caos e disordine.
Manca davvero poco al momento in cui dovremo decidere come organizzare, con tutte le incertezze del caso, le nostre prossime tappe.
Questo vuol dire prendere le necessità, le esigenze, i doveri e i desideri di tutti, metterli in fila, dargli un valore, assegnarli delle priorità e tirare le somme. Poi bisogna decidere e comunicare le decisioni. Questo è il vero momento del bilancio.
Non è facile. Semplice si, ormai ovvio, ma facile proprio no.
Siamo nel periodo dei rapporti familiari obbligatori. Ci si rivede e si cerca disperatamente la frase di circostanza utile a non scoprirsi più di tanto e a mangiareil prima possibile gli agnolotti.
Il mio bilancio parte da qui.
Facce, persone, idee di rapporti. Mi chiedo cosa sanno, cosa gli ho detto di questi nostri tre anni che ci hanno cambiato così in profondo?
Non lo so. Non lo posso sapere. Ci si vede una sola volta all’anno, per Natale a casa della zia che raccoglie tutti attorno a una tavola sempre più imbarazzata e sempre più popolata di ragazzi che non capiamo più di chi siano figli. Eppure siamo tutti cugini, altrimenti non saremmo qui. Non aiutano le somiglianze fisiche. Non aiuta il parlarsi. È solo formalità.
Si è “famiglia” solo quando si decide di esserlo, di prendersi per quello che si è, non per altro. Tanto meno per obbligo.
Essere famiglia? Come si fa quando fisicamente ci si allontana? Quando ci si guarda con il piatto in mano e con poche parole di circostanza?
Saluti solo apparentemente calorosi interessati a cosa è successo in questo anno a ognuno di noi.
Come faccio a raccontare che fra qualche mese tornerò in Kurdistan, proprio nello stesso momento in cui sento lo spavento per il fatto che Francesco riparte fra pochi giorni?
Come faccio a pensarmi, organizzarmi in due vite diverse? Quella calda e placida a Milano, quella sconosciuta e distante a Duhok?
Come faccio a dire a chi mi circonda che quello che davvero sarebbe interessante è sapere qualcosa di loro?
Come faccio a spiegare che se famiglia deve essere, allora sia il luogo al riparo dai giudizi e dalle sanzioni?
Come non avessi letto e vissuto nulla.
Non lo so.
Sono tre anni che il Kurdistan è arrivato nella nostra vita.
Da ingenui credevamo di avere sotto controllo i tanti cambiamenti e che questi fossero solo pratici. Potersi parlare tutte le sere, raccontandosi la giornata ci ha fatto credere a lungo che tutto si limitava al non vedersi fisicamente. Intanto le nostre piccole abitudini quotidiane sono cambiate. Francesco adesso ha una vera casa, in cui ha organizzato spazi e momenti. È la sua prima vera casa.
Niccolò nel frattempo ha messo su la sua casa e adesso ha anche la sua gatta.
Giudittà cresce e nella sua camera c’è il suo universo.
Io guardo quella che è stata la nostra casa e mi chiedo che senso abbia adesso. E mi accorgo che dopo 3 anni io sto progettando il mio trasferimento a Duhok.
Perché la vita calda e placida in 3 anni è cambiata e adesso posso finalmente scegliere dove stare e con chi.
Ecco, il mio bilancio di quest anno è questo.

Buon nuovo anno a tutti.

 

 

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