Capodanno a Erbil

Nida e le altre

È il 31 dicembre, il cielo è coperto e fa freddo. Sto cucinando e Nida mi sta alle costole. Letteralmente. “Tu fai, io guardo e imparo”.
Ho promesso di fare qualcosa di italiano e adesso mi guardo attorno e mi chiedo come farò.
Nida mi guarda e mi dice ridendo “spaghetti bolognese….” poi annusa l’aria e storce il naso.
Sul fuoco c’è il merluzzo che sta cuocendo e tra poco finirà mantecato.
Nida esce, temo che l’odore l’abbia disgustata. Invece dopo poco torna accompagnata da due signore con il velo. Sorridono e parlottano tra loro, annusano l’aria e l’odore da fastidio anche a loro, ma restano. Si piazzano dietro alle mie spalle e guardano. In silenzio, immobili, non perdono un mio gesto.
Il merluzzo salato è a bagno da tre giorni e adesso è pronto per essere cotto e diventare poi del baccalà mantecato.
L’ho portato da Milano perché qui non si trova e nemmeno è conosciuto. Il Kurdistan è distante delle infinite vie del sale, per cui ha sviluppato una tradizione e cultura alimentare diversa. Non si conoscono neanche i prodotti che si conservano con il sale. Per esempio ci sono piante di capperi, ma per conciarli e conservarli li trattano con sommacco e limone. Sono diversi dai nostri, ma ugualmente buoni.
Il mio pubblico mi guarda diffidente ma con attenzione, Nida abbraccia Giuditta e le dice sottovoce “brava mamma. Tu bella.” e si abbracciano. Vedono nascere pian piano la soffice crema dal sapore di pesce. Quando è pronta preparo dei crostini e gliela faccio assaggiare.
Ho paura della loro reazione. La signora più anziana, anche se forse è più giovano de me, annusa, intinge prudentemente un dito nella crema, lo avvicina alla bocca, chiude gli occhi e annuisce. Ma alza la mano, fermando tutte le altre, prende del sommacco e lo spolvera sopra al crostino e solo a questo punto anche le altre assaggiano e applaudono. Assaggio anch’io e applaudo a mia volta. Il baccalà mantecato con il sommacco è perfetto.
Intanto il pubblico aumenta e i peperoni stanno arrostendo nel forno da pane della vicina, una ragazza di poco più di trent’anni che ha già 5 figli e sta per far nascere il sesto. Anche lei, pancia permettendo mi sta alle costole, curiosando sopra la mia spalla.
Sto preparando i peperoni con le acciughe e il bagnetto, antico piatto piemontese. Lo sto facendo davanti a un pubblico di donne kurde che mi guardano senza perdersi un gesto. So che ricorderanno tutto e appena possibile rifaranno a modo loro.
Mi sento caricata di una grande responsabilità. Penso a quando rifaranno questi piatti in casa loro e confesso che sono un po’ agitata.
Preparo la salsa verde, anzil i bagnet verd, pelo e sfiletto i peperoni, li dispongo nel piatto, metto i filetti di acciughe e copro con il bagnetto. Decoro con uova sode.
Preparo il piatto per loro e glielo porgo. Assaggiano, apprezzano e mi abbracciano.
Due si mettono a parlare fitto fitto, indicano le acciughe e poi parlano con Nida. Lei mi chiede “dove comprare? Family Mal?” si, mi pare di averle viste..
Una esce e chiama il figlio grande che imbarazzatissimo, entra in questo mondo di donne. Gli indica le acciughe, dice qualcosa e gli allunga una banconota, lui annuisce ed esce correndo. Lui lo rincorre urlando, lui torna, si scusa e mi saluta in inglese..
A questo punto comincio con il Tiramisù. Sbatto, monto, miscelo, faccio il caffè e inizio a montare il dolce.
Dietro di me c’è ormai un pubblico fitto di donne del quartiere che mi guarda e spia ogni gesto. Ogni tanto borbottano tra loro, ridacchiano, basta uno sguardo di Nida e tornano in silenzio. Alla fine mi vengono due teglie. Una per la serata. L’altra per le signore. La affido a Nida, che si illumina, prende dei cucchiai, li passa al mio pubblico. In un attimo se lo sono spazzolato.

Solo a questo punto mi accorgo che a furia di assaggi abbiamo finito il pane. Un pezzettino alla volta ce ne siamo fatte fuori un mucchio e adesso come faccio? Il panettiere è chiuso.
Alla mal parata metto a lessare delle patate, caso mai telefono a Francesco e gli chiedo di cercarlo da qualche parte.
Ma non serve.. La vicina di casa incinta dice qualcosa alla figlia. La ragazzina scompare e tempo poco torna con un cesto di pani appena cotti che mi porge con grande orgoglio. Li ha fatti lei. Giuditta ne prende uno ci mette un po’ di olio e del pomodoro e lo porge alla ragazzina. Le due si guardano e spariscono in camera a giocare con non so cosa e le sento ridacchiare. Scopro così che la ragazzina ha 11 anni, è la maggiore di quasi 6 fratelli va alla scuola internazionale e parla un ottimo inglese, oltre al kurdo, l’arabo e qualcosa di turco.
Ormai è buio. Di colpo la casa si vuota di tutte queste donne comparse da chissà dove.
Da sola sistemo il tavolo e aspetto gli ospiti.
Saremo in 9. Speriamo di farcela.
Giuditta fa un piccolo conto e mi dice “lo sai che questa sera in questa casa ci saranno 9 persone che vengono da 5 nazioni diverse da 4 continenti, se aggiungiamo Nida, le nazioni sono 6 e i continenti 5. Mica male.”.

Il Capodanno, 9 persone, 6 nazioni, 5 continenti
Arrivano gli ospiti, per ultimo Philippe, americano, che ha dovuto farsela a piedi perché ci sono dei posti blocco. La polizia municipale perquisisce auto alla ricerca dei fuochi d’artificio. I botti sono proibiti, ricordano troppo i rumori della guerra, finita da troppo poco. Ma ai kurdi piace festeggiare anche le ricorrenze altrui e questa festa tutta notturna illuminata da fuochi d’artificio è diventata in fretta un loro passione.
A mezzanotte Peter, belga, tira fuori dallo zaino una magnum di champagne e Mikal, polacco, e Jonny, australiano, iniziano a cantare. Marcia, costaricana, si è addormentata sul divano.
Mi affaccio alla porta e vedo che le luci nelle altre case sono ancora accese, festeggiano anche loro. E festa e basta.
Per noi è il momento del panettone e del Tiramisù.
E degli auguri. Buon anno. Davvero.

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