Erbil – Giornate vere

29, 30 dicembre 2013 –  Ci stiamo abituando alla casa, ai black out, allo strano bagno diviso in tre stanzette diverse, ai divani e al tavolo di recupero.
Pioviggina, la luce intorno a me ha lo stesso colore sabbia dei mattoni e degli spartitraffico da cu spuntano olivi, oleandri e mimose. Nonostante tutto siamo in piena stagione secca.
Nida mi aiuta per la spesa e le devo spiegare che noi mangiamo molto meno di quanto si aspetti.
“tu cucina, io porto gente che mangia” e scoppia a ridere.
Arriva Francesco e ci “dai veloci, c’è qui Hamed e ci porta al Family Mall”
Nida si illumina, Giuditta anche, io un po’ meno. Avrei preferito andare al bazar, ma ormai sta chiudendo, è già buio. E vada per il centro commerciale.
Mentre siamo in macchina Francesco mi indica un isolato e mi spiega che agli angoli c’è una moschea, una chiesa cattolica e centro culturale laico. Tempo poco e sento il muezin intonare la preghiera del tramonto e poco dopo sento le campane della chiesa. Vedo che fuori da alcuni locali e negozi ci sono le insegne pubblicitarie di birra. Francesco mi spiega che essendo il quartiere a maggioranza cristiano caldea, i locali pubblici possono avere la licenza per gli alcolici.
Vedo la birreria tedesca sponsorizzata dalla Austrian Aerlines, Francesco mi dice che ogni tanto fanno arrivare carne di maiale per serate a invito. Carissime, perché il maiale è un vero tabù assoluto.
Qui una pasta alla carbonare è merce rara e diventa occasione di speciali serate conviviali tra gli stranieri non musulmani.
Entriamo in stradine tortuose, sempre con case nuove, ma l’aspetto è quello di un villaggio. Vedo i negozi con la verdura nelle cassette e persone per strade. Ormai è buio e mi accorgo che non esistono i lampioni. A illuminare le strade sono le vetrine dei negozi e le immancabili luminarie appese a ogni cancellata. Comincio a capire che c’è una vera passione per ogni tipo di decorazione, soprattutto se brilla e si muove.
Poi Hamed fa una brusca inversione a U, sciva un paio di macchime, un camioncino e un ragazzino che attraversa e si tuffa nel traffico di una delle circonvallazioni. Francesco mi guarda e mi dice “non preoccuparti qui è normale, pensa che ci sono meno incidenti che a Milano…”

Il Family Mall è enorme, ma non è il più grande di Erbil. La forma squadrata da grande capannone commerciale è mascherata da marmi lucidi, vetrate, dorature e una pirmide che sovrasta il tutto. Fuori si vedono i ragazzi che si incontrano, scherzano, e si guardano. I gruppi di maschi guarda il gruppo delle femmine. Sono agghindati per l’occasione. Un po’ come succede da noi.
Accanto passano famiglie, tre anche quattro generazioni che hanno viaggiati stipati nei suv per arrivare fino a qui e vedo per la prima volta donne di ogni te con ogni tipo di velo.
Fino ad ora avevo visto donne con veli molto leggeri, che quasi non si notano, portati con disinvoltura. Qui vedo donne con il niqab,, nero, in tessuto pesante, lungo fino ai piedi che lascia scoperti solo gli occhi e le mani, o l’abaya sempre nero e lungo ma molto pi leggero e che lascia scoperto il volto. Impossibile non notare il trucco degli occhi e le mani curatissime.
Ci sono anche donne vestite come quelle che incontro aql mercato rionale di Milano.
E colgo lo scambio di sguardi tra Giuditta e una sua coetanea velata. Si sorridono e alzo la mano per un saluto quasi segreto.
Devo stare attenta a quello che vedo, memorizzarlo bene, per poi capirlo meglio.
Sono in un mondo troppo diverso dal mio e ho la testa imbottita di cose strane. Devo stare attenta a non farmi prendere ne dall’entusiasmo, ne dalla paura.

Il Mall è identico a un nostro centro commerciale. Non fosse che qui tra i negozi delle firme spunta un antiquario di tappeti e oggetti tradizionali, un commerciante di thé e teiere, un profumiere che ti confeziona al momento il tuo profumo.
Giriamo tra i negozi, mi compro un profumo e poi entriamo al supermercato. È organizzato in modo diverso ma si trovano le stesse identiche cose che si vedono nei negozietti che visitato fino ad ora. Nida infatti continua a dirmi “ti porto io dove costa meno”.
È ora di andare a casa, ma prima si passa dal kebab. Sono giorni che Giuditta sogna un “vero” kebab. Come negarglielo.

È la vigilia di Capodanno. Francesco è al lavoro, io e Giuditta siamo in casa e non aspettiamo nessuno. Suona il campanello e mi trovo davanti un signore di circa 40 anni che mi sorride e mi parla. Gli faccio capire che parlo un po’ di di inglese e di francese. Lui continua a sorridere e mi spiega che è qui da poco tempo, viene dalla Siria, è ospite da parenti e visto che domani è festa vorrebbe fargli qualcosa da mangiare. Annuisco, sorrido e mi dirigo al portafoglio. Lui fa la faccia scura e mice no, non vuole soldi, vuole che lo aiuti a fare la zuppa di lenticchie, ho delle lenticchie, del riso per lei? In un momento si trova in mano una sporta piena di cose, tra cui dei dolci, mi ringrazia e mentre va via gli chiedo che lavoro cerca.
“sono ingegnere, ho studiato in Europa. In Siria progettavo strade. Voglio fare quello. Sono kurdo, in Kurdistan servono strade. Buon anno.”

A sera facciamo un salto alla birreria tedesca. Conosco i suoi amici, ci chiedono se prenotiamo per il Capodanno. In un attimo Francesco dice “no, venite voi da noi, lei sogna di cucinare per voi da molto tempo.”

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