Arrivare a Erbil

Il Kurdistan è entrato nella mia vita per caso nel febbraio 2012, quando mio marito ha accettato un lavoro che lo portava a Erbil.  Dopo 2 anni sono andata a vedere la sua nuova vita.

27 dicembre 2013
L’aereo atterra a metà pomeriggio. Manca poco e conoscerò davvero Erbil.
Fino a che siamo in areoporto è come se fossimo ovunque. Arrivano i bagagli, passiamo i controlli e ci timbrano il passaporto con il visto d’ingresso e da adesso ho 13 giorni per conoscere cos’è la vita di Francesco da 2 anni a questa parte, dove vive e come.
All’uscita ci aspetta Hamed per portarci a casa. Francesco si ferma un momento, dice poche parole all’orecchio di Giuditta – nostra figlia di 15 anni – e le indica il bagno. Lei annuisce mi molla la borsa e va. Non ci faccio caso fino a che non la vedo tornare con i capelli raccolti.
Il tragitto verso casa è il primo impatto con un posto dove c’è molto più spazio di quanto non riesca a immaginare. I colori vanno dal miele al grigio, il cielo è invernale e fa freddo come a Milano, ma è molto più secco.
Guardo fuori dal finestrino e non trovo nessun punto di riferimento. Una casa diversa dall’altra uno spiazzo. Mi sembra tutto uguale.
La prima impresisone è che Erbil è brutta. Il tragitto che ci porta verso la casa di Francesco attraversa quartieri costruiti da poco tempo. Si intuisce che le case hanno tutte la stesso struttura e sono tutte molto recenti, l’unica cosa che cambia sono le decorazioni delle facciate e il disegno dei cancelli che danno su strada. Mi chiedo come faccia Hamed a sapere esattamente dove andare.
Nulla è come mi aspettavo e non c’è niente di quello a cui sono abituata.
Ma che posto è Erbil?
Il paesaggio che mi circonda non mi sembra bello, almeno non ha quella bellezza che sono abituata a vedere.
Sono in una città come non ne ho mai viste. Siamo in macchina lungo le grandi strade dove tutti corrono per svoltare di colpo e infilarsi nei quartieri. Ai lati si alternano gruppi di case, tutte basse a un piano, qualche palazzo più grande, solitamente degli empori o dei ristoranti con le insegne colorate e illuminate. Poi di colpo spunta lo scheletro di una casa che non si capisce se sia in costruzione o abbandonato, subito dopo uno spiazzo sterrato con ancora i segni di qualcosa che è stato demolito.
Hamed, senza neanche rallentare, svolta di colpo e si infila nelle viette del quartiere dove abita Francesco. Ormai sono convinta, qui guidano come dei pazzi.
La prima cosa che noto sono i mazzi di cavi elettrici che vanno dai pali della luce alle case. Mi fa paura vederli, chi mai avrà fatto quegli accrocchi di cavi?
Siamo davanti a casa, lo capisco perché Hamed fa una spericolata manovra di parcheggio.
Intanto il sole è tramontato, di colpo come succede da queste parti.
Scarichiamo i bagagli e salutiamo Hamed e dalla porta spunta Nida, l’angelo custode di Francesco qui a Erbil. La prima cosa che ci dice è che non c’è elettricità. Ho fatto conoscenza così con i black out.
La prima impressione mi lascia sconcertata. Forse è colpa del tramonto e della sua luce strana o del fatto che sto andando in una casa non mia ma di mio marito. Meglio che mi dica che sono un po’ stanca per il viaggio e sospenda qualsiasi giudizio.
“papà questa sera voglio un vero kebab, tanto non c’è luce …”
L’impatto con la cucina di casa è rimandato a domattina.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...