mettere ordine

Ci sarebbe voluto davvero poco. Un piccolo sforzo per iniziare e poi sapeva che le cose sarebbero venute da sole e non ne avrebbe sentito la fatica o la noia dei gesti ripetuti all’infinito. Ma adesso era il momento subito prima, quello in cui fissava ciò che avrebbe dovuto fare e restava immobile a guardarlo. Doveva solo iniziare. Ma non era facile come dirlo.Lo sapeva, ma da giorni si fermava a immaginare quel primo, infinitesimale momento in cui avrebbe dovuto fare il piccolo gesto per iniziare. Intanto tutto si accumulava e restava fermo lì. Non era ancora qualcosa che disturbava la vista, piuttosto dava fastidio l’immobilità di quel momento, apparentemente senza senso. Era faticosissimo iniziare a fare qualsiasi cosa. Ancora di più, era faticoso pensarci, progettare cosa fare.

Eppure sarebbe bastato poco. Un piccolo sforzo e tutto si sarebbe sciolto, l’ordine sarebbe tornato. Non solo tra gli oggetti, anche tra i pensieri e i gesti. Cominciò a pensare se qualcuno aveva davvero bisogno del suo sforzo, che anche se piccolo era pur sempre uno sforzo, che richiedeva impegno, energia per essere fatto. Si chiedeva da tempo se era davvero necessario quel suo piccolo sforzo. Qualcuno si sarebbe accorto della differenza? Così si accorse che tante volte siamo molto superficiali e non diamo il giusto rispetto ai piccoli sforzi che la vita richiede.

Non ci badiamo, ma in un momento davanti al disordine altrui ci trasformiamo in giudici severi. Vediamo qualcosa fuori posto, lo notiamo subito e alziamo il sopracciglio e ci chiediamo come diavolo si faccia a sopportare tutto ciò. Sotto sotto, quasi inconsciamente associamo il disordine allo  sporco. In un attimo tutto diventa brutto e negativo. A cominciare da chi non mette ordine.
Perché mai tenere tutti quegli oggetti? Hanno un senso, un valore, un significato? Chi lo sa ….

Intanto non cogliamo la fatica che c’è anche nel lasciare le cose come stanno. Se tutto deve avere un suo posto, rientrare in una logica organizzativa, questo vuol dire che nella nostra testa abbiamo immaginato quel posto in cui mettere quell’oggetto. Alle volte questo non è possibile, semplicemente perché non ci si riesce.

Peggio, perché in quel momento della vita mettere ordine non è la cosa da fare. Significa frugare tra gli oggetti che costruiscono una storia ancora in evoluzione che non può rientrare in nessuno schema. Non può essere ordinata perché è ancora in movimento. Bisogna avere pazienza, saper aspettare il momento in cui la logica degli oggetti ci viene incontro, non si può imporgliela.

Il mattino dopo, alzandosi dal letto, lo guardò e si chiese cosa significasse arieggiare le lenzuola e i cuscini per poi ricomporre in bell’ordine il tutto, se tanto poi la sera avrebbe nuovamente stropicciarlo. La risposta era semplice, ma non ovvia. Rifare il letto ogni mattina è un rito civile. Le persone per bene e che sanno badare se stesse non dormono in letti disordinati e lasciati sfatti da una notte all’altra. Chi dorme in letti sfatti lo fa solo perché costretto. Rifarsi il letto è un gesto fondamentale per il nostro equilibrio mentale.

Come lo è ogni piccolo gesto rituale che avvia la giornata e la fa proseguire verso obiettivi e traguardi che danno un senso alla nostra vita.

Tornando dal bagno guardò il letto con le coperte scomposte e ancora un residuo del suo calore notturno e con gesti meticolosi lo rimise a posto. Di colpo la stanza sembrò più grande. Improvvisamente ebbe l’impulso di spolverare le cornici delle stampe appese alla parete e poi si mise a piegare i vestiti, mettendoli poi nell’armadio. Arrivò al punto da metterli in ordine di colore, dai più chiari fino al nero. Stava facendo quel piccolo sforzo, apparentemente inutile, che forse avrebbe permesso di trovare un senso nella sua giornata. E da lì a tutta la sua vita.

Cominciò rimettere in ordine le cose che da giorni erano state abbandonate a se stesse. Sembra poca cosa, eppure l’idea di aprire l’anta della credenza e poter trovare quel certo bicchiere in quel posto preciso da sicurezza. Vuol dire che si possono avere abitudini consolidate, gesti automatici che permettono di essere tranquilli, certi e sicuri che domani sarà ancora tutto lì, a suo posto e la mano potrà andare sicura, guidata solo da una vecchia abitudine, a prendere una tazza, un bicchiere, o qualsiasi altro oggetto che si usa per stare bene.

E quasi ridendo si chiese se un’abitudine può essere giovane o vecchia. In effetti no. Un’abitudine è solo vecchia, buona o cattiva. Dire “vecchia abitudine”, da sicurezza, trasmette certezza, solidità, storia consolidata. Anzi, dire che un’abitudine è vecchia è darle un valore positivo.

Se l’abitudine è diventata vecchia  vuol dire che ha un senso, che è importante, che è un punto di riferimento nei nostri gesti quotidiani,

Intanto mentre ragionava e faceva piccoli sforzi per mettere ordine in casa, si accorse che non tutto era messo dove si era pensato in origine. Gli oggetti avevano scelto il posto migliore in cui stare, per poter essere usati al meglio.

Così scoprì che l’abitudine nasce da gesti ripetuti che molte volte cambiano il progetto iniziale, perché forse troppo artefatto, troppo somigliante alle pagine di una rivista.

Di colpo capì che gli oggetti trovano da soli il loro posto ideale, quello in cui la loro bellezza risalta di più. Ecco cos’era l’ordine, non un vincolo, ma il posto migliore per ogni cosa.

E subito dopo scoprì che la bellezza degli oggetti è fatta da poco o nulla. Nessuna decorazione potrà rendere più necessaria la tazza che usiamo al mattino per il primo caffè. Quella che gli da un sapore speciale, l’unico che cerchiamo davvero per poterci svegliare bene. In questo sta la sua bellezza.

E di colpo capì e sperò che tutto questo potesse succedere anche alle persone.

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