la dignità del melone

Ricordo perfettamente le prime ore dopo che la disoccupazione è entrata in casa nostra.

Erano circa le 5 di pomeriggio di fine gennaio 2011. Suona il telefono. È mio marito, chiedo: “tutto bene?“. Era andato dal commercialista a firmare la chiusura del bilancio dell’anno precedente della filiale di cui era responsabile. “Certo. Per loro di sicuro. Per noi cambia tutto. Mi hanno licenziato.”

Ricordo quella cena, che doveva essere come le altre, in cui abbiamo spiegato ai figli cosa stava succedendo; in cui abbiamo capito che ci era stato cancellato qualsiasi progetto e che le nostre energie, le nostre risorse, da quel momento in poi dovevano essere usate per sopravvivere.

Mi sono resa conto in fretta, nel corso della prima notte passata in bianco, che avevo ancora solo una possibilità di scelta: ero costretta da fatti più grandi di noi a cambiare tutto, allora avrei deciso io come fare e in che modo affrontare la situazione.

Ho iniziato a guardare con occhio diverso, molto critico, quella che fino a un attimo prima avevo chiamato vita.

Ho preso un foglio e ho cominciato a elencare le parole che mi venivano in mente. Poi ne avrei capito il valore e organizzato il significato.

Dalla sera alla mattina, quella sera e quella mattina, ho scritto un centinaio di parole.

Dignità. Orgoglio. Stima. Valore. Necessità ….

Le ho incolonnate e poi le ho guardate. Verso le 4 di mattina, con la lucidità dell’insonnia ho capito cosa avrei fatto e in che ordine, quali obiettivi e risultati dovevo ottenere. E ho scritto un altro foglio con l’agenda del lavori.

La prima settimana è passata con mio marito che impiegava il suo tempo tra uffici dell’Inps per avere la disoccupazione e avvocati che gli spiegavano che no, non c’era possibilità di fare causa, qualche telefonate ai colleghi, per avvisarli del licenziamento e lo sguardo che si perdeva nel vuoto. Ricordo il fine settimana programmato in montagna, come se niente fosse e che invece fu la vera celebrazione di uno stile di vita che non ci sarebbe più stato.

Io intanto ho iniziato a chiedere aiuto a tutti e a organizzare i tempi e ritmi di vita quotidiana.. Faccio sempre così quando una perdita improvvisa mi colpisce. Metto ordine e bado che tutto vada avanti, per quanto possibile.

Il primo vero lunedì da disoccupato di mio marito è iniziato con la sveglia alle 7.30, la colazione sul tavole e un mio foglio scritto a mano. Era l’elenco che gli avevo preparato: persone da sentire, quando e per dirgli o chiedergli cosa.

Credo sia stata la lettera d’amore più intensa che io abbia mai scritto, ma ancora oggi non so se lui se ne è reso conto.

Un anno fa ho iniziato a calcolare quando era più conveniente fare i bucati o la doccia. Ho imposto di non sprecare nulle. Meglio, ho imposto il concetto che tutto ha valore e dignità e ci si comporta di conseguenza. Dovevo riflettere su tutto per riuscire a contenere i costi, la rabbia, lo sfogo del dolore.

Non ho capito tutto al volo, sono andata avanti a tentoni, difendendo la mia tana e la mia nidiata.

E per fortuna che abbiamo l’istinto animale che non ci fa pesare fatiche enormi quanto le riconosciamo necessarie.

Intanto fuori da me e dalla mia famiglia il mondo cambiava. Ascoltavo e leggevo le cronache dalla Primavera Araba. Cercavo tracce della loro quotidianità di guerra. Li invidiavo. Loro non erano chiusi dentro, io si. Una sera mi sono chiesta: che fame ha chi fa la rivoluzione? Perché la fame nel bisogno, nel rischio, si sente di più. È desiderio di pienezza, di soddisfazione non di cibo fine a se stesso.

Ho guardato la nostra dispensa, il nostro frigorifero, ben pieni e ho pensato ai racconti di guerra di mia nonna Teresita, a come mi aveva trasmesso il senso del far fronte alle necessità senza piegarsi. Ho deciso che la nostra tavola sarebbe stata ricchissima di idee. Fare la lista della spesa è diventata una sfida divertente.

Poi il terremoto in Giappone, il maremoto e la distruzione di Fukushima. Per me è quello il momento in cui tutti si accorgono della crisi mondiale. La distruzione del modello energetico giapponese è stata più di una metafora. Una nemesi. In quel momento ci siamo resi conto di ciò che era già successo.

Intanto in Italia c’era ancora Berlusconi al governo. Ho dovuto aspettare novembre per vederlo scendere dallo scranno. Leggevo le cronache politiche e mi sentivo come se fossi legata mani e piedi su di un carretto spinto in una folle corsa.

La nostra vita familiare continuava a essere scandita da una ferrea gestione dell’economia domestica, la lettura degli annunci di lavoro, la risposta, l’attesa delle telefonate e l’analisi sempre più attenta dei segni che arrivano da fuori la porta di casa.

È stata la stagione delle speculazioni finanziarie, delle manovre economiche e delle statistiche per raccontare l’impoverimento.

“Statistiche? Ma se i dati hanno almeno 2 anni? Vengano a vivere una settimana con me. A fare la spesa. Vivano senza più garanzie e identità. Guardino le persone che incontro ogni settimane al mercato. Provino a vivere come me e proverranno rabbia a veder gettato via un frutto perché non è abbastanza bello per essere venduto.”

Era un giorno di giugno quello in cui al mercato mi sono chinata a raccogliere un grosso melone, molto maturo che era stato buttato via. L’ho preso, portato a casa e mangiato con molto gusto perché a parte una fetta, era perfetto. Fragrante, profumato, sugoso e croccante, arancione e lustro. Bellissimo. Quando ho guardato il piatto con su le fette di quel melone strappato alla discarica, mi sono accorta che raccoglierlo dalla pattumiera era sto un gesto di rispetto. Per il melone, per la sua bontà, per la possibilità di mangiarlo e di goderne, per il lavoro che lo ha cresciuto.

In quel momento mi sono accorta che non sono povera e non lo sarò mai. Non ne sono capace.

Arriva l’estate e i giornali titolano che c’è la Crisi. Ormai è conclamata, si vive, si tocca con mano, ma Berlusconi dice che non è vero, che è solo suggestione.

Passa l’estate con l’ondata di caldo che arriva nella seconda metà di agosto, fuori stagione.

Sono mesi in cui mio marito fa qualche colloquio e tutte le manutenzioni di casa. In altre parole oltre al suo mestiere sa fare anche questo. e non è poco, ma nessuno, là fuori lo riconosce come un valore. Si alternano momenti di speranza e di sconforto.

Io continuo a contenere e governare la vita domestica. È il dolore fisso alla schiena che mi avvisa ogni giorno di quanto mi stia opprimendo la situazione che stiamo affrontando.

Non abbiamo via di fuga. Dobbiamo procedere. Dopo tanti anni insieme riusciamo anche ad affrontare rabbie e stanchezze senza serbarci rancore. Fischiamo e urliamo come la pentola a pressione sul fuoco. Per non esplodere.

Scopro con piacere che i miei figli amano molto la cucina rustica e povera che sto preparando. Scoprire ricette a basso costo di materia prima è la mia sfida personale alla Crisi.

Un giorno di settembre, mentre preparo i canederli e rifletto sui gesti metodici che richiede la cucina, mi rendo conto che, da che siamo disoccupati e viviamo con un sussidio, siamo diventati molto più sistematici in tutto ciò che facciamo. Abbiamo sviluppato la capacità di raccogliere informazione, di analizzarle e di organizzarle. Siamo fuori dal mondo produttivo eppure siamo attivissimi e sereni. Abbiamo trasformato in lavoro la nostra disoccupazione.

Ecco da dove arriva la forza, la tenacia, la ricerca che ci porta verso una soluzione che sento sta arrivando.

A novembre arriva una proposta di collaborazione per mio marito. Come lavoro è una piccola cosa, noiosa, che non c’entra molto con la sua esperienza precedente e ufficiale. Apparentemente serve solo a tirare avanti e basta. Invece no. Lui ci si butta con quell’entusiasmo che prelude a qualcosa.

È l’inizio della fine.

La fine del periodo peggiore della sua e della nostra vita.

La fine della vita che facevamo prima era già successa. Adesso sta finendo l’idea di quella vita.

Ci sono nuove prospettive.

Tutto succede nelle giornate in cui Berlusconi lascia il governo e subentra Mario Monti.

La sensazione di sollievo è forte e indefinita.

Poco alla volta, non sempre in modo lineare, le cose si delineano, sistemano e si ricomincia a vivere con la schiena che finalmente non fa più male.

Oggi, Francesco lavora, io ho ricominciato a fare la giornalista e il blog compie un anno.

A tenere insieme tutto questo è il sapore, il profumo, di quel melone raccolto per strada.

4 risposte a "la dignità del melone"

  1. maria ha detto:

    Cara Iaia, quanta commozione ho provato leggendo il tuo articolo.
    Hai in te grandi risorse che non ti faranno mai sentita sconfitta.
    Grazie per la condivisione. Maria

  2. Tony Tamagni ha detto:

    Difficile commentare con distacco questo articolo. E’ vero che racconta la tua esperienza, ma anche tutto il nostro disagio di questo anno. Complimenti, hai scritto per tutti noi.
    Tony

  3. Ida ha detto:

    Veramente interessante e ben scritto. Più che un blog, mi sembra un racconto breve, da mandare a qualche concorso. Proprio brava!

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