e se succedesse a me?

8 febbraio 2012, è circa mezzo giorno e ho già letto da tre fonti diverse previsioni meteo che dicono tutte la stessa cosa: fa freddo, farà freddo, tornerà a nevicare. Ma io abito a Milano e non dovrei avere grossi problemi. Sempre che reggano l’alimentazione a gas del riscaldamento condominiale e della mia cucina a gas e quella elettrica per tutto il resto.Oggi sul Corriere leggo il diario di Valerio Ippoliti, 35 anni imprigionato dalla neve nella sua casa abruzzese. Parla di acqua gelata nei tubi. Di neve sciolta nel camino. Di pane fatto in casa e di casa illuminata con le candele. Di scorte di legna e di cibo. Di ore di cammino verso il primo punto per rifornirsi di generi di prima necessità, come i pannolini per il figlio piccolo.

Mi scopro invidiosa. Io non ho alternative. In queste ore in cui si attende la prossima neve, grazie al diario di chi è bloccato nella sua casa e se la sta cavando in qualche modo, mi rendo conto che io non potrei fare altrettanto.  Ho le candele in caso salti l’elettricità. Ma se saltasse il gas non potrei neanche scaldare un bicchiere d’acqua. Il fornello da campeggio e in campagna per non occupare troppo spazio nella casa di Milano. Devo sperare che tutto regga.

Guardo con occhio diverso la mia casa. La vedo fragile, perché troppo dipendente dall’elettricità e dal gas portati dai cavi e dai tubi che partono da lontano.Non solo non ho alternative al gas e all’elettricità, ma non posso neanche averle. Sarebbe pericoloso e poi non ho spazio.

Guardo come sono organizzata e mi rendo conto che un black out bloccherebbe lo scaldabagno (a pompa di calore, ma pur sempre elettrico) e il grande freezer che accoglie molte scorte di casa. Non avremmo più computer, telefono, radio e televisione. Ma neanche lavatrice. I piatti potrei lavarli a mano, i vestiti no. Non sono capace. Sarebbe un disastro.

Se mancasse il gas poi non potrei cuocere o scaldare nulla. Potrei fare l’impasto del pane, senza sapere dove cuocerlo.

Insomma la mia casa, la mia vita cittadina mi sembra molto fragile e dipendente da troppe variabili che possono impazzire.

E quindi, dato che non mi posso trasferire in una casa più equilibrata nelle prossime 72 ore, continuo a chiedermi: se successe a me come me la caverei?

Tutto sommato non ho voglia di scoprire la risposta.

Una risposta a "e se succedesse a me?"

  1. Pablo Tozzi ha detto:

    Certo, la tecnologia è un gigante dai piedi d’argilla, più ci abituiamo ad utilizzarla, più la nostra organizzazione diventa fragile. Nel comune in cui lavoro esiste ancoora qualcuno capace di ricorrere al protocollo manuale, ma sono certo che se ci fosse un black-out di due o tre giorni, le conseguenze sarebbero gravi e si farebbero sentire per mesi.
    Nel mio condominio i riscaldamento è solo elettrico e non avrei gas neppure per cucinare.
    Tuttavia, come vivevano i miei nonni? Non avevano neppure la stufa, la legna scarseggiava e il cibo anche..
    Quel che è cambiato è che il nostro sistema esige che si sia produttivi trecentosessantacinque giorni l’anno, ventiquattro ore su ventiquattro. Se dicembre si chiama così e non dodecembre non è perché gli antichi non sapessero contare, ma perché Gennaio e Febbraio non si contavano, non erano mesi agricoli e la vita riprendeva a marzo. Possiamo tornare a quei tempi? Ovviamente no, ma siamo a un punto in cui, per citare a sproposito lo Zarathustra di Nietzsche è “pericoloso andare avanti, pericoloso tornare indietro, pericoloso stare nel mezzo”, perciò qualcuno parla di “società del rischio”.
    Se gli impiegati del mio comune hanno disimparato a usare il protocollo manuale, molti di noi hanno disimparato a muoversi a piedi o persino a usare auto senza cambio automatico, piuttosto che a stare senza cellulare o internet. Tutte cose delle quali un essere umano, NON HA BISOGNO per vivere, anzi, che possono persino nuocere alla sua salute, ma sono necessarie al capitalismo per sostenere il mito della crescita indeterminata e costante e che hanno fondato illa creazione dei bisogni indotti, come ben analizzato dalla Scuola di Francoforte.
    Ovviamente, agli esseri umani servono il cibo e temperature tra 0 e 30 gradi, ma i bisogni degli esseri umani NON SONO una priorità. Il mezzo, come sempre, è divenuto più importante del fine.

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