il pranzo della domenica

Domenica 13 novembre, 7.30. C’è silenzio. È presto e nessuno si è ancora svegliato. Sto bevendo il caffè e fisso la prima pagina del Corriere. Addio di Berlusconi, via libera a Monti. Lo rileggo e mi soffermo sulla prima parte, Addio di Berlusconi. Tre parole che cambiano le giornate. È come quando finisce la pioggia ma ancora non è sereno. È finita un’epoca.

Ieri ho fatto la spesa al mercato. La lista in mano, in fondo all’elenco c’è il mio budget. Cerco tra i banchi i prezzi migliori, valuto i prodotti. Faccio avanti e indietro almeno tre volte, e alla fine ho il carrello pieno di frutta verdura e pesce, il mio affare migliore.Tre chili di pesce misto, freschissimo, adatto da zuppa, per 9 euro.

Torno a casa e inizia il rito della pulizia e del mettere a posto la spesa. Accendo la radio e tengo l’orecchio teso alle notizie. Lo farò per tutta la giornata. Il sospiro di sollievo arriva solo attorno alle 10 di sera, quando sento la lettura del comunicato ufficiale del Quirinale. Berlusconi si è dimesso. Domani è un altro giorno.

Ho passato la giornata a pulire il pesce ed a cucinarlo. Ho messo in ordine la verdura e la frutta sul balcone. Nella ciotola di cristallo ho messo le mele e i clementini. Ma non sono concentrata, tanto che mi dimentico di prendere il pane. Domattina cercherò di rimediare, è tardi per mettermi a farlo io. Solo a sera fatta, quando la notizia è ufficiale, alzo il telefono e invito a pranzo gli amici.

“Io ci metto la zuppa di pesce voi portate il resto”

“bianco con le bollicine?”

“bianco con le bollicine”

È già capitato altre volte che la domenica ci si ritrovi a pranzo. La scusa è sempre la spesa fatta il giorno prima al mercato. Ricordo enormi zuppiere piene di pasta con il sugo fresco, o polli arrosto con le patate, o tavole con verdure e mozzarella fresca. Ma il pesce ha sempre un fascino speciale.

Io sono milanese, la mia famiglia è per metà piemontese e metà lombarda. Il pesce nella mia cultura domestica è solo acciughe salate, baccalà e trote. Ho sempre avuto molta soggezione del pesce, poi mi sono lasciata affascinare dal profumo e dai colori e ho iniziato a provare a cucinarlo, fino ad avere abbastanza confidenza da imparare a pulirlo. Mi sono messa a studiare, con il dovuto rispetto Il mare in pentola di Alan Davidson, e pian piano ho imparato. Ne ho una copia uscita negli Oscar Mondadori nel 1973. È distrutta, ha subito infiniti traslochi, almeno un allagamento e qualche altro disastro di cui porta i segni.Quindi non posso tenerla aperta sul tavolo mentre cucino, devo consultarla, prendere appunti e poi provare. Per una che non ha confidenza con il pesce non è un approccio facile.

Eppure ho superato tutti questi ostacoli, ho distrutto i vincoli che mi ero imposta e ieri, mentre ascoltavo le cronache delle dimissioni di Berlusconi ho preparato la zuppa di pesce.

Quando ho chiesto al pescivendolo cosa fossero quei pesci lunghi meno di uno spanna, di forme e colori diversi, mi sono sentita rispondere “avete visto, ci vuole una milanese per scoprire la paranza.Tonino tiene a paranzaaaaa” O meglio non ha risposto a me, ha urlato a tutto il mercato che Tonino tiene la paranza. “tieni signora due chili, 5 euro. Arrivo a 6 con le acciughe. 1 sgombro, 1 cefalo, e le mazzancolle. 9 euro. Corri a casa che hai fatto la zuppa. Niente pomodoro, metti aglio e cipolla e le spezie che trovi dal marocchino. Donne, la paranza, anche i milanesi se la cucinano. Donne la paranza è da tonino.

Ha fatto tutto lui. Come potevo dirgli che volevo solo le acciughe e la mia era pura curiosità? La prossima volta mi qualifico e dico “sono una giornalista, cos’è quel coso?”. La prossima volta, adesso ho tre chili di pesce nel carrello. Ho fatto la strada dal mercato a casa chiedendomi come avrei fatto a gestire tutti sti’ pesci.

Le acciughe so pulirle e le ho marinate con aceto e limone. Ma tutto il resto? Pulire vuol dire togliere le squame ed evitare che si spargano per tutta la cucina. Poi bisogna togliere tutte le pinne, che di solito pungono. E poi togliere le interiora e le branchie.

Cosa faccio lascio le teste o no? No, non mi dite niente, altrimenti non mi sta in pentola. Adesso inizio a preparare la ricetta che mi ha dato il marocchino delle spezie.

Trito cipolle, tante cipolle, e aglio, il giusto, e le mescolo con un coriandolo fresco, finocchietto e una polvere magica, un misto di spezie color mattone carico, che il marocchino mi ha detto essere fatto su una ricetta della sua famiglia, che però non è bella come la mia … ho come l’impressione che al mercato di via Osoppo si siano passati la voce e tutti mi coglionino. Ma non è così. Sicuramente è tutto vero e io riscuoto un particolare successo personale.

Proseguo. In una pentola di coccio, è bandito qualsiasi altro materiale, bassa e larga metto uno strato del miscuglio di cipolle, uno di pesce, le mazzancolle e via così fino alla fine degli ingredienti. Un giro d’olio e si copre e si mette in forno caldo e si cuoce. Quanto tempo? quanto caldo il formo? Il marocchino mi guarda e, da saggio uomo che non conosce la versione dittatoriale delle ricette,  mi dice il caldo lo senti con la mano, deve essere forte ma non troppo, è cotto quando il profumo è giusto.

Gli voglio bene. Anche perché mi lascio andare alle sue precarie indicazioni e nel pomeriggio, mentre alla camera si sta votando l’ultimo atto dell’ultimo Governo Berlusconi,  un profumo stupendo si spande per casa.

Il pranzo della domenica è pronto. La zuppa sarà servita con cous cous, fatto con il brodo di pesce e con uno stufato di verdure. Sul tavolo il vino bianco con le bollicine, ben fresco.Ho trovato anche il pane e qualcuno ha portato datteri e pistacchi.

A tavola oggi, domenica 13 novembre 2011 si torna a parlare di politica. Che sollievo.

 

 

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