ancora 25 aprile

Ho scavato nei miei ricordi per ricostruire il 25 aprile di mia nonna. Ore che mi ricordano quelle che stiamo vivendo.

Come dirti che non ho provato sollievo quando mi hanno detto che Milano era stata liberata? Come potevo credere che la guerra finiva? E dopo? Mi rigiravo tra le mani le tessere annonarie e guardavo il borsellino vuoto. La fine della guerra avrebbe significato che anche le tessere non valevano più niente? Come avremmo mangiato?

Era da qualche giorno che mi dicevano di stare tranquilla, di fare finta di niente. Sarebbe passata anche questa buriana. solo per caso ho dato retta a quel vicino composto e dimesso che mi ha detto “signora domani non esca, è meglio. La chiamo io quando tutto è passato.” Domani era il 25 aprile.

Ho passato la notte ad ascoltare, ad aspettare i rumori per strada. Tutto chiuso, i vetri con le strisce di carta e le imposte chiuse. Accanto a me il vecchio zaino militare, ricordo di un marito sparito da molto tempo pieno dell’argenteria di casa. Unico fasto rimasto di una storia di famiglia ormai finita. Nella stanza accanto Elena che dorme. Io faccio un solitario a lume di candela. Mi sono messa nella parte centrale della casa, perché la luce non filtri. L’oscuramento è obbligatorio. La luce fa paura. Sento passi lungo le scale, veloci, sono diverse persone. Stanno scendendo dalla soffitta. Un sussurro dietro la porta: “Teresita, Teresita, stai in casa, oggi non uscire. non fare uscire neanche Elena” È Giorgio, tuo padre, che usciva dal suo nascondiglio e si univa agli altri che stavano liberando Milano.

Poi le ore chiuse in casa. Al buio, sentendo i rumori, i colpi. In casa il freddo di aprile. Guardo la stufa, il secchio con il carbone e mi chiedo, se l’accendo poi potrò procurarmene altro?

È il paradosso delle fini traumatiche. Quando sta per succedere qualcosa in cui hai tanto sperato temi di perdere tutto.

Quante volte ti ho detto che il meglio è nemico del bene? In quelle ore avevo proprio paura che il meglio in cui speravo spazzasse via il mio piccolo bene. Un poco di carbone, qualche scorta alimentare e il vecchio zaino con dentro l’argenteria.

Ogni volta che suonava la sirena dell’allarme aereo mi mettevo lo zaino in spalla e uscivo. Chiudevo tutto e speravo di rivedere la mia casa. Io non sono mai entrata in un rifugio. Meglio morire all’aperto che in una cantina. Ora sto guardando la mia casa. I piatti e le posate, i mobili, i quadri, lo zaino con l’argenteria. Guardo Elena. In questo momento non penso a mia mamma o alle mie sorelle, a dove sono. Penso a Elena. Penso al futuro. Per lei.

Era da tanto tempo che non pensavo al futuro. Adesso mi sembra naturale farlo. Ora che finisce, che sta finendo un’epoca, cosa sarà di lei? Mi sembra estranea, come appartenesse ad altro. È nata e vissuta sempre dentro a questo mondo, dovrò insegnarle che esiste qualcosa d’altro. Mi sento stanca, sfiduciata. E ho fame.

Una fame vera, che non sentivo da tempo. Come se avessi zappato per ore. Non ho acceso la stufa, invento un pancotto sul fornello a gas. Elena non mangia.  Non lo dice ma è preoccupata per Giorgio. Non lo dice, ma sa che ho capito cosa c’è tra loro, ma come faccio a dirle qualcosa quando non hai oggi o domani.

È brutto stare chiuse in casa, con le imposte chiuse, sentire solo rumori fuori e non azzardarsi a guardare. In tutto il tempo della guerra ho imparato a riconoscere il suono degli spari, di una macchina che insegue, di una persona che scappa. Ma oggi le ore non passano.

Riprendo il mazzo di carte e chiamo Elena. Giochiamo a rubamazzo a lume di candela. Da fuori arriva solo silenzio. Noi vorremmo rumore, un segno che ci faccia capire cosa sta accadendo. Ma se qualcosa accade non è dalle nostre parti.

Attesa. Solo questo. Sta succedendo qualcosa, che ci riguarda, eppure distante. Fisicamente distante.

Ore contate. Ore che contano. Ore che scandiscono punti di non ritorno. Chiunque abbia avuto a che fare con l’agonia si risente addosso il dilatarsi del tempo. Il desiderio di cogliere l’attimo, forse l’ultimo, sereno, possibile. Poi basta. Accade qualcosa e sai che non ci si può più fare nulla. Nessuna alternativa. La realtà dei fatti ti si presenta, immobile, irremovibile. Non c’è più niente da fare. Eppure il tempo si dilata e da spazio al folle desiderio del miracolo, senza rendersi conto del male che porta con se.

I gesti normali. Preparare il pasto, la tavola, sedersi e mangiare. Come ogni giorno.

Bussano alla porta. non ci siamo rese conte che è ormai sera tarda. È Giorgio. Trafelato. Teso. Sorridente.

Milano è libera.

Cosa inizia ora?

Teresita Premoli, Milano 1886 – 1972

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...