perché al ristorante?

La domanda mi sorge nel momento meno adatto. Sono al telefono con un amico che ci ha appena invitato a cena, lasciandoci la scelta sul ristorante. Mentre parlo con lui mi accorgo che sto seguendo due diversi filoni di pensiero.

Il primo è pieno di gratitudine per il gesto, la cortesia implicita nell’invito. Questo amico è spesso ospite della mia tavola, nelle occasioni più disparate. Dalla cena formale della vigilia di Natale, al pasto improvvisato. Lui c’è, è uno dei pochi che può arrivare all’improvviso e c’è subito un posto apparecchiato. È un ottimo compagno di tavola. Anche se si dichiara perennemente a dieta riesce a essere goloso senza esagerazioni, curioso e misuratamente critico. Cucinare per lui è un vero piacere.

Quindi, quando mi invita, lasciandomi la scelta del ristorante, mi sento impegnata a cercare qualcosa che non ci deluda.

Ecco che si fa largo l’altro filone di pensieri, con la sua domanda impertinente: perché un ristorante?

Con lui non cerco scorciatoie. Gli dico chiaro cosa mi passa per la testa e gli chiedo di darmi 2 ore per comunicargli la mia scelta. Sto al suo gioco, anzi lo porto allo scoperto.

Abito in una zona piena di ristoranti, negli ultimi anni ho visto la mutazione dei gusti e delle mode. O meglio l’ho letteralmente sentita, grazie agli odori che nelle diverse ore della giornata raccontano le fasi della preparazione in corso nelle cucine. Si sente l’odore di legna quando vengono accesi i forni delle pizzerie. Poi, a giorni alterni, arriva il profumo delle “basi”, soffritti e carni arrostite. Ma è il profumo delle griglie quello che segna la stagione, perché si sente da maggio a settembre, poi basta fino alla nuova stagione.

Ho anche visto i fornitori arrivare ogni mattina e fare il giro dei locali per le consegne. Lo stesso ortolano, lo stesso macellaio, lo stesso formagiatto e lo stesso panettiere.

Leggendo i menù esposti in effetti pesci e carni alla griglia sono presenti solo nelle stagioni estive.

Accanto ai classici antipasti, come prosciutto e melone, ci sono quelli di moda, come i carpacci di pesce affumicato.

I primi hanno nomi stravaganti, tendenti al vezzeggiativo o all’accrescitivo, noto l’assoluta mancanza delle minestre. Seguono i secondi, da cui sono spariti gli arrosti, e i contorni in cui trionfa la rucola e il mais.

Non trovo traccia di salumi e formaggi, che evidentemente non rientrano nel target della ristorazione standard, ma solo in quella specializzata e di nicchia di un paio di enoteche aperte recentemente, che si riconoscono per gli arredi in legno e acciaio e per la mancanza d’illuminazione.

Le pizzerie arrivano ad averne in carta 60 diverse.

Da qualche anno ci sono parecchi ristoranti d’ispirazione esotica. Prima erano solo i cinesi, adesso i giapponesi sono parecchi, c’è qualcuno che ha anche menù fusion.

Il panorama si dovrebbe concludere con i locali da aperitivo. Ma quelli non li considero nemmeno.

Non faccio a tempo a darmi una risposta seria e razionale alla domanda perché andare al ristorante, che suona il telefono. È lui.

“Ci ho pensato. Hai ragione. Da me alle 8. Al dolce pensi tu?”

Meglio di mille risposte.

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