che si mangia?

I ragazzi entrano in casa di corsa, si fermano davanti al tavolo, mi guardano e chiedono “che si mangia?”
È una domanda normale, ovvia.
Ma non sempre e non dappertutto.

Quando non hai una casa, se le giornate sono spese nel fuggire e sopravvivere, chiedersi che si mangia ha tutto un altro significato.
Che si mangia quando si fugge?
Che si mangia in un campo profughi?
Che si mangia dopo che la propria roulotte e tutto ciò che la circondava, è stata distrutta?
Che si mangia quando non hai i soldi per procurati il cibo?
Come si immagina quel pasto che non si sa come preparare, dove consumare, che forse non ci sarà, o sarà insufficiente, o preparato in modo per noi disgustoso?
Cosa si prova a mangiare un pasto, l’unico possibile, che altri hanno preparato per noi, pensando a rifocillarci, ma non alle nostre abitudini?

Forse questo tipo di domande se le è poste anche Mario Draghi, quando pochi giorni fa, nel corso del Development Committee della Banca Mondiale, ha detto che a fianco dei segnali di ripresa economica ce ne sono anche altri di segno opposto.
“I prezzi alimentari sono in aumento dalla fine del 2010 e la natura sfaccettata della crisi alimentare richiede una risposta coordinata da parte della comunità internazionale. Lo stesso accade per le commodity. E questi aumenti significano l’aumento esponenziale del numero dei poveri del mondo.”
Per noi che leggiamo le cronache e non le viviamo in prima persona, è difficile capire, immaginare cosa significhi non sapere come sarà il nostro prossimo pasto.
Ci arriva qualche notizia, mescolata con immagini, fotogrammi che descrivono la distruzione attraverso i giochi dei bambini buttati nella polvere, qualche scarpa, una sedia rovesciata.
Nulla che descriva l’incertezza, l’impossibilità di sapere come sarà, dove sarà se ci sarà il prossimo pasto.
Mi sono guardata in giro nella mia casa e ho cercato di immaginare come ci si senta a trovare tutto distrutto. Cancellato. A non avere più una casa. La nostra casa.

Dall’11 marzo abbiamo la memoria invasa dalle immagini del terremoto e dello tsunami in Giappone.
Case sventrate, oggetti sparsi. L’intimità esposta allo sguardo di chiunque. In queste ore chi abita in un raggio di 20 chilometri attorno alla centrale nucleare di Fukushima può rientrare nelle proprie case, prendere l’essenziale e andarsene.
Profughi.

Ho davanti agli occhi un immagine di anni fa: una casa di Mostar. Il palazzo era crivellato. Un colpo di mortaio ne aveva distrutto parte della facciata, esponendo alla vista una cucina e una camera da letto. Una tenda era rimasta appesa assurdamente integra e sventolava, restituendo allo sguardo ciò che era stata una casa.
Che fine ha fatto chi aveva messo lì quei mobili?
Che ne stato della sua vita?

Qualche tempo fa vidi una strana colonna di mezzi in corso Vercelli. Ruspe e autobus che si dirigevano verso la periferia. Qualche ora dopo è arrivata la notizia dell’ennesimo sgombero di un “insediamento abusivo”, ma questa volta avevano dato qualche tempo, qualche ora per raccogliere “l’essenziale per la notte”.
Ricordo di questo episodio la foto di una signora anziana, rotonda, una matriarca, che era stata colta con gli occhi pieni di lacrime e la didascalia di un quotidiano: “piange sul banchetto perduto”. Un altro giornale sotto la stessa foto scrisse: “Maria stava preparando il pranzo per il fidanzamento di sua nipote”. Quella donna ha perduto ben più di un banchetto.

Le ruspe in un campo rom, la fuga su di un barcone verso altre coste.
Come la disoccupazione, la povertà, la fine di un’amore, il terremoto, l’incendio o l’alluvione.
Distruzioni, improvvise davanti a cui è impossibile preparasi.
Non si domina più la sequenza delle piccole cose quotidiane, di colpo si dipende totalmente da ciò che ci circonda.
Poi arriva il momento, un’ora, un attimo della giornata in cui ci si chiede “che si mangia?”
Non dove.
Non come.
Non con chi.
Solo “che si mangia?”
Il nostro pensiero va subito a cosa si mangia e a come riuscirci. In qualsiasi modo, ma bisogna riuscirci.
Il bisogno di mangiare è ancestrale, non potervi rispondere è la basa della disperazione umana.
Aver imparato ad alimentarsi, non solo nutrirsi, è stata la base dell’evoluzione della nostra comunità.
Per questo “che si mangia?” non è una domanda ovvia.

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