il gesto, la luce

Ho scritto questo articolo nel giugno del 1999, nel secolo scorso. L’unico aggiornamento riguarda i costi e alcuni prodotti.

È sera, si arriva a casa, la chiave scivola nella toppa, gira, la porta si apre e la mano scorre sul muro verso l’interruttore, un clic e la luce scioglie il buio.

Finiscono così migliaia di giornate, allo stesso modo un po’ in tutte le parti del mondo, perché l’elettricità, o meglio la luce, è il segnale più evidente della civilizzazione. Come sempre dietro questo gesto c’è un lungo percorso che ha origine dalle candele e finisce alle lampadine appese ai fili elettrici.

Il bisogno di interrompere il buio è antico ed è una delle maggiori espressioni che la specie umana ha trovato per dominare gli elementi. La più antica fonte luminosa alternativa al sole, è il fuoco, così i modi per conservarlo e usarlo hanno fatto il potere di chi li deteneva. «Giunge la notte, quando nessuno può lavorare», quest’espressione è scritta nella Bibbia e racchiude l’atteggiamento dei popoli antichi verso l’oscurità inesorabile che ogni giorno cala dopo la luce. Già l’uomo di Cro-Magnon aveva elaborato una lampada ad olio, il cui modello tecnologico ha avuto seguito fino all’avvento dell’elettricità, quindi per oltre 5.000 anni, mentre appena più giovani sono le candele, anche se di loro non restano che tracce scritte, perché si consumano completamente. La descrizione più antica risale al I secolo d.C., quando se ne parlava in uno scritto commerciale riferito alle necessità di soldati romani. La candela è un mezzo d’illuminazione di qualità inferiore rispetto alle lampade, ma più facile e leggera da trasportare: è fatta di sego animale o vegetale tanto che in casi d’estrema necessità erano usate anche per mangiare. Nel corso dei secoli l’unica vera evoluzione riguardò i combustibili, oli migliori e l’uso delle cere al posto del sego differenziarono l’illuminazione dei ricchi e dei poveri, anche se i segni neri di fuliggine lasciata sui muri non faceva distinzioni di classe.
Il primo salto di qualità arriva nel XIX secolo con l’illuminazione a gas nelle case dell’Inghilterra. Erano passati due secoli da quando il chimico belga van Helmot, mentre cercava la pietra filosofale, individuò il gas «illuminante». Lavoisier venne a conoscenza della scoperta e propose, nella Parigi della rivoluzione, di usarlo per illuminare le strade, fece un progetto e realizzò un prototipo di lampada, ma fu ghigliottinato prima che potesse mettere in opera tutto ciò. A Londra nel 1813 fu fondata la prima società del gas e nel giro di pochi anni l’illuminazione a gas si diffuse nelle strade e negli ambienti chiusi. Pochi anni, una settantina, e arrivano le prime lampade elettriche a incandescenza.
Un vero prodigio di velocità dello sviluppo tecnologico: nel giro di poco tempo era possibile trasportare l’elettricità e avere apparecchi in grado di utilizzarla.
La lampadina a incandescenza, quella con il filamento che ben conosciamo, ne è il simbolo. È entrata rapidamente nelle case, negli uffici, nelle fabbriche e ha costellato sempre di più le strade, ha cambiato la faccia delle notti di tutto il mondo, basti pensare che grazie all’efficienza ottenuta con l’illuminazione elettrica l’orario di lavoro si è definitivamente allungato in modo costante durante tutto il corso dell’anno.
Il passo successivo è stato l’avvento dei tubi al neon, tra gli anni Trenta e Quaranta; si tratta di oggetti che hanno la stessa funzione delle lampadine a incandescenza e possono essere usati negli stessi ambienti, ma strutturalmente sono profondamente diversi. La luminescenza deriva dall’eccitazione di un gas raro, il neon appunto, che viene fatto depositare all’interno di un tubo in vetro. A una delle estremità c’è l’attacco elettrico da cui arriva l’energia necessaria per produrre la luce. Sono lampade che consumano meno a parità di luce prodotta e trovano quindi molto consenso nel mercato degli uffici e degli spazi pubblici, anche se il loro difetto è quello di fare una luce fredda, molto distante da quella del sole.
Adesso, alla fine del XX secolo arriva la svolta: la luce elettrica è necessaria, ma è troppa e consuma troppa elettricità, bisogna quindi imparare a usarla. Nascono nuovi prodotti, ovvero lampadine migliori che non richiedono di cambiare niente negli impianti elettrici perché di per sé sono in grado di consumare meno energia e durare più a lungo.
È arrivato il momento del risparmio energetico, non solo come necessità individuata a Kyoto nel protocollo tra i Paesi industrializzati per ridurre le emissioni di CO2, ma come messaggio di marketing per creare nuove aree di mercato.
Le lampadine di nuova generazione durano a lungo, 15.000 ore di funzionamento contro le 1.000 di una tradizionale, e usano meno elettricità a parità di luce prodotta, o meglio lumen l’unità di misura della intensità del flusso luminoso, e possono essere usate in tutti gli ambienti interni o esterni.
Per il consumatore questo si è subito tradotto, soprattutto grazie ai messaggi informativi e pubblicitari delle case produttrici, nella certezza che il risparmio fosse diretto e immediato nei confronti della bolletta elettrica (anzi la bolletta della luce, come da un secolo circa abbiamo deciso di chiamarla) tanto da compensare la maggiore spesa iniziale. Infatti questi prodotti costano molto di più, poco più di 10 volte, rispetto alle lampadine tradizionali.
Invece non è così, il risparmio c’è, si vede ma è distribuito diversamente e tocca in molti modi le nostre tasche.
In primo luogo la durata, valutata in 15 volte maggiore, fa sì che l’acquisto venga fatto una volta sola per un lungo periodo di tempo e quindi, in base alle ben note leggi economiche, possa essere ammortizzato meglio, inoltre complessivamente si spende meno per una lampadina a risparmio energetico che non per quindici tradizionali.
Più complesso è il calcolo sulle reali ricadute del risparmio energetico.
Per produrre 15.000 ore di luce una lampadina tradizionale usa 1.500 kWh, contro i 300 di quelle a risparmio energetico, in termini di costo medio questo si traduce in una sostanziosa differenza, 487.500 lire contro 97.500 lire, che però va diluita nel periodo di utilizzo che arriva ad essere di qualche anno. Difficilmente è questo il risparmio che vediamo concretizzarsi sulla bolletta della luce.
Il conto diventa più interessante se ci occupiamo anche delle tasche planetarie. A Kyoto è stato stabilito che mediamente la produzione di un kWh comporta l’emissione in atmosfera di un chilo di CO2, 10,5 grammi di SO2 e 3,1 grammi di ossidi di azoto, quindi il minor consumo elettrico significa immediatamente minori emissioni.
Se torniamo al confronto tra lampadine e diamo per buoni i dati forniti dai produttori, vediamo subito che l’uso di una lampadina a risparmio energetico toglie dal consumo ben 1.200 kWh, traducibili in 1.200 chili di CO2, 12.600 grammi di SO2 e 3.720 grammi di ossidi di azoto, oltre al mancato consumo di combustibili fossili e di altre fonti energetiche non rinnovabili. Il risparmio diventa molto più evidente, soprattutto nei suoi diversi effetti, diretti e indiretti: si spende meno, si consuma meno elettricità, meno per produrla, si riduce il danno ambientale e si rende più vicino l’obiettivo della conferenza di Kyoto.
Infine bisogna anche notare che se le industrie mondiali dell’illuminazione si sono messe, già da parecchi anni, su questa strada è perché anche loro hanno un bel risparmio immediato, infatti la produzione delle lampadine tradizionali richiede più energia rispetto alle altre, mentre riescono ad aprire nuovi mercati per consumatori più esigenti e motivati.

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